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ALLENAMENTO MENTALE

Che tipo di approccio può funzionare?




Per potere esprimere pienamente il proprio potenziale ogni atleta ha bisogno di sviluppare tre differenti
tipi di qualità: tecnico/tattiche, atletiche, mentali.


Il potenziamento di queste qualità non avviene a compartimenti stagni. Chiunque abbia esperienza in ambito sportivo può notare come il miglioramento o la fragilità in una di queste tre aree si ripercuota sulle altre due. Se ci fermiamo a riflettere un istante appare chiaro come non sia possibile affinare e padroneggiare un particolare gesto tecnico senza una sufficiente elasticità fisica, un’adeguata preparazione muscolare e una buona dose di concentrazione. Possiamo notare, inoltre, come la fluidità e l’accuratezza dei movimenti del nostro corpo si modifichi in funzione dell’attivazione emotiva e del livello di stanchezza fisica. 











Gli esempi che possiamo citare in grado di mostrare come l’area mentale, tecnica e atletica si influenzano reciprocamente sono potenzialmente infiniti. Tuttavia, difficilmente possiamo giungere a conclusioni nette e definitive sui rapporti di causa-effetto che intercorrono fra corpo e mente nel determinare la qualità delle nostre azioni. Ciò che appare certo, invece, è che lo sviluppo di queste tre aree non viaggia su binari paralleli.


A partire da queste premesse emerge una domanda: perché negli ambienti sportivi si continua a prediligere nettamente il lavoro specifico sull’area tecnica e atletica rispetto a quello mentale, il cui sviluppo e potenziamento è lasciato quasi sempre alla libera iniziativa dei singoli atleti?


Rispondere alla domanda non è semplice, vengono in mente diverse ipotesi rispetto ai fattori che incidono su questa scelta: esiste una questione economica per cui le risorse risultano spesso insufficienti per includere anche la psicologia sportiva nella pratica quotidiana; c’è una problematica legata al tempo a disposizione, ritenuto troppo poco per togliere spazio alle sessioni di allenamento tecnico o atletico; si percepisce una cultura popolare diffidente circa il lavoro sulla mente, rimasto relegato nell’immaginario collettivo agli ambiti affini alla patologia psichica; a tutto ciò si aggiunge la scarsa disponibilità di professionisti del settore che possono integrare le proprie conoscenze psicologiche con profonde competenze in ambito sportivo, in modo da proporre metodologie efficaci e in linea con le più recenti ricerche scientifiche; infine, si riscontra la difficoltà da parte di chi si occupa di psicologia dello sport di suscitare l’interesse di dirigenti, allenatori e atleti, comunicando in maniera pratica cosa significhi allenare la mente, quali benefici si possono ottenere, con quali tempistiche e modalità.




Cosa significa allenare la mente? Che tipo di approccio può funzionare?











Risulta difficile credere nell’efficacia a lungo termine degli interventi psicologici sportivi finalizzati a risolvere situazioni di emergenza o a preparare esclusivamente un evento importante. È lecito, inoltre, nutrire un certo scetticismo per la possibilità che esistano professionisti in grado di ribaltare le sorti di un campionato o gli esiti di una gara con metodologie di lavoro usa e getta e decontestualizzate. Questo tipo di mental training, che potremmo definire da “fast food”, può condurre comprensibilmente a non soddisfare le aspettative di atleti e allenatori, alimentando in questo modo le perplessità riguardo la validità e la produttività del lavoro sugli aspetti psicologi in ambito sportivo. 


L’allenamento mentale è una cucina a fuoco lento, perché possa funzionare e perché i risultati possano essere apprezzati c’è bisogno di tempo, impegno e costanza. Lo insegna Novak Djokovic, campione di solidità mentale e numero 1 al mondo del tennis, quando recentemente ha dichiarato di praticare da anni, quotidianamente, almeno un’ora di yoga e di meditazione mindfulness. Non ci si inventa atleti solidi psicologicamente dall’oggi al domani, l’equilibrio e l’armonia del funzionamento mentale può entrare a far parte del bagaglio sportivo di un atleta solo grazie a un intenso e regolare lavoro di auto-osservazione, finalizzato all’esplorazione del proprio mondo interiore. È proprio questo processo di ampliamento della consapevolezza rispetto al proprio funzionamento psicofisiologico che apre spiragli per il cambiamento, costituendo un prerequisito necessario e fondamentale volto ad orientare la preparazione mentale verso pratiche coerenti con i bisogni personali.









Questa’ottica metodologica conferisce senso e validità alle tecniche di mental training, offendo agli atleti la possibilità di scegliere con consapevolezza gli strumenti più utili ed efficaci all’interno della propria cassetta degli attrezzi, al fine di riuscire a focalizzare gli obiettivi personali, padroneggiare il proprio corpo e gli stati mentali.
Allenare la mente è quindi un lavoro di artigianato, che va costruito su misura per ognuno di noi, in continua evoluzione e mai definibile una volta per tutte, poiché deve tenere conto dei mutamenti che incessantemente accadono in noi, non solo in qualità di atleti, ma anche di esseri umani.
In un mondo dello sport sempre più orientato verso l’eccellenza e lo spostamento dei limiti prestazionali, è lecito credere che i margini di miglioramento più ampi per gli atleti di tutti i livelli, dal bambino che sta muovendo i suoi primi passi sino all’atleta professionista, siano rappresentati dal potenziamento dell’area mentale, mai fino a questo momento presa seriamente in considerazione come specifica area di allenamento.


Dott. Mattia Marrone
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Il potenziamento di queste qualità non avviene a compartimenti stagni. Chiunque abbia esperienza in ambito sportivo può notare come il miglioramento o la fragilità in una di queste tre aree si ripercuota sulle altre due. Se ci fermiamo a riflettere un istante appare chiaro come non sia possibile affinare e padroneggiare un particolare gesto tecnico senza una sufficiente elasticità fisica, un’adeguata preparazione muscolare e una buona dose di concentrazione. Possiamo notare, inoltre, come la fluidità e l’accuratezza dei movimenti del nostro corpo si modifichi in funzione dell’attivazione emotiva e del livello di stanchezza fisica. 











Gli esempi che possiamo citare in grado di mostrare come l’area mentale, tecnica e atletica si influenzano reciprocamente sono potenzialmente infiniti. Tuttavia, difficilmente possiamo giungere a conclusioni nette e definitive sui rapporti di causa-effetto che intercorrono fra corpo e mente nel determinare la qualità delle nostre azioni. Ciò che appare certo, invece, è che lo sviluppo di queste tre aree non viaggia su binari paralleli.


A partire da queste premesse emerge una domanda: perché negli ambienti sportivi si continua a prediligere nettamente il lavoro specifico sull’area tecnica e atletica rispetto a quello mentale, il cui sviluppo e potenziamento è lasciato quasi sempre alla libera iniziativa dei singoli atleti?


Rispondere alla domanda non è semplice, vengono in mente diverse ipotesi rispetto ai fattori che incidono su questa scelta: esiste una questione economica per cui le risorse risultano spesso insufficienti per includere anche la psicologia sportiva nella pratica quotidiana; c’è una problematica legata al tempo a disposizione, ritenuto troppo poco per togliere spazio alle sessioni di allenamento tecnico o atletico; si percepisce una cultura popolare diffidente circa il lavoro sulla mente, rimasto relegato nell’immaginario collettivo agli ambiti affini alla patologia psichica; a tutto ciò si aggiunge la scarsa disponibilità di professionisti del settore che possono integrare le proprie conoscenze psicologiche con profonde competenze in ambito sportivo, in modo da proporre metodologie efficaci e in linea con le più recenti ricerche scientifiche; infine, si riscontra la difficoltà da parte di chi si occupa di psicologia dello sport di suscitare l’interesse di dirigenti, allenatori e atleti, comunicando in maniera pratica cosa significhi allenare la mente, quali benefici si possono ottenere, con quali tempistiche e modalità.




Cosa significa allenare la mente? Che tipo di approccio può funzionare?











Risulta difficile credere nell’efficacia a lungo termine degli interventi psicologici sportivi finalizzati a risolvere situazioni di emergenza o a preparare esclusivamente un evento importante. È lecito, inoltre, nutrire un certo scetticismo per la possibilità che esistano professionisti in grado di ribaltare le sorti di un campionato o gli esiti di una gara con metodologie di lavoro usa e getta e decontestualizzate. Questo tipo di mental training, che potremmo definire da “fast food”, può condurre comprensibilmente a non soddisfare le aspettative di atleti e allenatori, alimentando in questo modo le perplessità riguardo la validità e la produttività del lavoro sugli aspetti psicologi in ambito sportivo. 


L’allenamento mentale è una cucina a fuoco lento, perché possa funzionare e perché i risultati possano essere apprezzati c’è bisogno di tempo, impegno e costanza. Lo insegna Novak Djokovic, campione di solidità mentale e numero 1 al mondo del tennis, quando recentemente ha dichiarato di praticare da anni, quotidianamente, almeno un’ora di yoga e di meditazione mindfulness. Non ci si inventa atleti solidi psicologicamente dall’oggi al domani, l’equilibrio e l’armonia del funzionamento mentale può entrare a far parte del bagaglio sportivo di un atleta solo grazie a un intenso e regolare lavoro di auto-osservazione, finalizzato all’esplorazione del proprio mondo interiore. È proprio questo processo di ampliamento della consapevolezza rispetto al proprio funzionamento psicofisiologico che apre spiragli per il cambiamento, costituendo un prerequisito necessario e fondamentale volto ad orientare la preparazione mentale verso pratiche coerenti con i bisogni personali.









Questa’ottica metodologica conferisce senso e validità alle tecniche di mental training, offendo agli atleti la possibilità di scegliere con consapevolezza gli strumenti più utili ed efficaci all’interno della propria cassetta degli attrezzi, al fine di riuscire a focalizzare gli obiettivi personali, padroneggiare il proprio corpo e gli stati mentali.
Allenare la mente è quindi un lavoro di artigianato, che va costruito su misura per ognuno di noi, in continua evoluzione e mai definibile una volta per tutte, poiché deve tenere conto dei mutamenti che incessantemente accadono in noi, non solo in qualità di atleti, ma anche di esseri umani.
In un mondo dello sport sempre più orientato verso l’eccellenza e lo spostamento dei limiti prestazionali, è lecito credere che i margini di miglioramento più ampi per gli atleti di tutti i livelli, dal bambino che sta muovendo i suoi primi passi sino all’atleta professionista, siano rappresentati dal potenziamento dell’area mentale, mai fino a questo momento presa seriamente in considerazione come specifica area di allenamento.


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Federico Frulloni
(14/10/2016)
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