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Il settore del corporate wellness è in pieno boom. Si stima valga, al 2018, intorno ai 50 miliardi di dollari, ma il dato come sappiamo è estremamente basso rispetto al massiccio e positivo impatto economico in termini di produttività.


Ad oggi solamente il 9.8% dei lavoratori a livello mondiale è interessato, in qualche modo, da programmi di wellness aziendale e l’Italia si posiziona al 7° posto a livello mondiale.






Sappiamo già che un ottimo programma di corporate wellness è in grado di:


- Aumentare la customer satisfaction fino al 47% e la produzione fino al 27.8% (Il Sole 24 ore)
- Ridurre l’assenteismo fino al 25% per la riduzione di malattie e problematiche lavoro-correlate (Top Employers Institute)
- Fare aumentare il fatturato del 14.1%  e il Turnover aziendale del 5% (TEI)
- Contagiare con positività e benessere tutte le persone che ruotano attorno agli utenti interessati dal programma
- Ridurre indirettamente i costi della sanità pubblica poiché a tutti gli effetti facente parte di azioni preventive
- Responsabilizzare dipendenti e azienda verso un interesse comune sostenibile
- Aumentare spirito di gruppo, l’integrazione, la motivazione di tutti gli utenti e molto altro ancora…









Nonostante però un programma di corporate wellness sia estremamente vantaggioso per tutti (per le aziende che usufruiscono della defiscalizzazione e per i dipendenti ai quali viene regalato un servizio che altrimenti andrebbero a ricercare a pagamento), spesso questi programmi risultano inconcludenti. Le ragioni sono molteplici, proviamo ad approfondire.


- Mancanza di organizzazione e cura del dipendente: la sola partecipazione ad eventi collettivi può non essere sufficiente a far toccare con mano i risultati agli utenti
- Scarso monitoraggio: spesso lo strumento di valutazione dell’efficacia del programma è il sondaggio, che non offre dati scientifici utili al singolo o all’azienda; ancor più spesso l’efficacia non viene monitorata proprio e la discontinuità dei progetti rende vano lo sforzo
- Eccessivo monitoraggio senza azione: sprechi di ingenti capitali per esami diagnostici medici spesso eccessivi ma totale mancanza di un percorso utile a risolvere le problematiche del singolo
- Programmi troppo complicati: più sarà complesso gestire le varie attività proposte e meno sarà il consenso in azienda; rimuovendo tutti gli ostacoli alla partecipazione si otterrà il successo sperato
- Gestione interna all’azienda del programma da parte di HR o RSPP: spesso troppo impegnati non hanno il tempo necessario per formarsi in ambito wellness o per creare un format vincente; solamente pochissime aziende possono permettersi un ‘health manager’ 
- Utilizzo di strategie arretrate: alle porte del 2020 i dipendenti, sempre più colti e tecnologicamente preparati, richiedono programmi facilmente gestibili da app/smartphone/tablet/smartwatch









- Poca flessibilità nella gestione e utilizzo del programma: chi lo dice che occorre necessariamente agire in azienda? Perché non invitare l’utente a migliorare 24h die e ovunque si trovi? Questo è uno dei problemi alla base del fallimento del vecchio concetto di ‘palestra aziendale’, dove i dipendenti non hanno spesso piacere, a maggior ragione se l’azienda non stimola la socializzazione, nel vedere il collega. Peggio ancora agire sempre in azienda potrebbe essere letto come ‘costrizione e controllo’
- Basare il programma sui risultati: eccessive politiche di challenges possono demotivare i dipendenti meno competitivi 
- Scarsa comunicazione in azienda: in moltissime realtà alcuni dipendenti non sono neanche a conoscenza dei programmi in atto
- Rendere i programmi facoltativi e a breve scadenza: indice di poca convinzione della stessa azienda; se davvero invece si crede che il benessere sia un valore aggiunto, non lo tratta come un qualsiasi altro benefit es. buoni carburante, trattamenti estetici, auto aziendali, ma viene offerto come parte integrante della vita lavorativa.
- Ultimo ma non per importanza, mancanza di interconnessione tra aspetto fisico, psichico, finanziario, sociale: tutti i segmenti del mercato del wellness diventeranno sempre più collegati tra loro fino a creare un ecosistema, per offrire più soluzioni ed esperienze sul posto di lavoro, come già sta succedendo a casa, nella vita privata e sportiva, e le aziende dovranno essere pronte a questo per proporre un progetto vincente.


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Il settore del corporate wellness è in pieno boom. Si stima valga, al 2018, intorno ai 50 miliardi di dollari, ma il dato come sappiamo è estremamente basso rispetto al massiccio e positivo impatto economico in termini di produttività.


Ad oggi solamente il 9.8% dei lavoratori a livello mondiale è interessato, in qualche modo, da programmi di wellness aziendale e l’Italia si posiziona al 7° posto a livello mondiale.






Sappiamo già che un ottimo programma di corporate wellness è in grado di:


- Aumentare la customer satisfaction fino al 47% e la produzione fino al 27.8% (Il Sole 24 ore)
- Ridurre l’assenteismo fino al 25% per la riduzione di malattie e problematiche lavoro-correlate (Top Employers Institute)
- Fare aumentare il fatturato del 14.1%  e il Turnover aziendale del 5% (TEI)
- Contagiare con positività e benessere tutte le persone che ruotano attorno agli utenti interessati dal programma
- Ridurre indirettamente i costi della sanità pubblica poiché a tutti gli effetti facente parte di azioni preventive
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- Aumentare spirito di gruppo, l’integrazione, la motivazione di tutti gli utenti e molto altro ancora…









Nonostante però un programma di corporate wellness sia estremamente vantaggioso per tutti (per le aziende che usufruiscono della defiscalizzazione e per i dipendenti ai quali viene regalato un servizio che altrimenti andrebbero a ricercare a pagamento), spesso questi programmi risultano inconcludenti. Le ragioni sono molteplici, proviamo ad approfondire.


- Mancanza di organizzazione e cura del dipendente: la sola partecipazione ad eventi collettivi può non essere sufficiente a far toccare con mano i risultati agli utenti
- Scarso monitoraggio: spesso lo strumento di valutazione dell’efficacia del programma è il sondaggio, che non offre dati scientifici utili al singolo o all’azienda; ancor più spesso l’efficacia non viene monitorata proprio e la discontinuità dei progetti rende vano lo sforzo
- Eccessivo monitoraggio senza azione: sprechi di ingenti capitali per esami diagnostici medici spesso eccessivi ma totale mancanza di un percorso utile a risolvere le problematiche del singolo
- Programmi troppo complicati: più sarà complesso gestire le varie attività proposte e meno sarà il consenso in azienda; rimuovendo tutti gli ostacoli alla partecipazione si otterrà il successo sperato
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- Poca flessibilità nella gestione e utilizzo del programma: chi lo dice che occorre necessariamente agire in azienda? Perché non invitare l’utente a migliorare 24h die e ovunque si trovi? Questo è uno dei problemi alla base del fallimento del vecchio concetto di ‘palestra aziendale’, dove i dipendenti non hanno spesso piacere, a maggior ragione se l’azienda non stimola la socializzazione, nel vedere il collega. Peggio ancora agire sempre in azienda potrebbe essere letto come ‘costrizione e controllo’
- Basare il programma sui risultati: eccessive politiche di challenges possono demotivare i dipendenti meno competitivi 
- Scarsa comunicazione in azienda: in moltissime realtà alcuni dipendenti non sono neanche a conoscenza dei programmi in atto
- Rendere i programmi facoltativi e a breve scadenza: indice di poca convinzione della stessa azienda; se davvero invece si crede che il benessere sia un valore aggiunto, non lo tratta come un qualsiasi altro benefit es. buoni carburante, trattamenti estetici, auto aziendali, ma viene offerto come parte integrante della vita lavorativa.
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Federico Frulloni
(01/09/2019)
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